L’insostenibile leggerezza della sostenibilità

“Fatto è meglio di ben detto”, è scritto su tanti post-it delle imprese. Ed è una massima che potremmo applicare al concetto di “responsabilità sociale d’impresa”.

La responsabilità sociale d’impresa (RSI) è un termine generico per descrivere come le imprese, piccole e grandi, integrano le responsabilità sociali, ambientali ed etiche, collegandole alle loro principali strategie, strutture e procedure aziendali, all’interno e tra le divisioni, funzioni e catene del valore, in collaborazione con le parti interessate (Wickert & Risi, 2019).

La RSI è su base volontaria e dà l’opportunità di adottare un approccio integrato, conciliando gli interessi economici con quelli sociali, generando impatto sociale mentre aumenta la competitività dell’impresa.
Le azioni di RSI creano quindi valore sia per l’impresa che per la società nell’ottica di una sostenibilità intesa nelle sue tre dimensioni: ambientale, sociale ed economica.

 

Perché la responsabilità sociale d’impresa?

Possono esistere motivi intrinseci che portano i/le dirigenti ad adottare azioni di RSI, come promuovere l’innovazione sociale, la coesione, l’inclusione e la sostenibilità. Altri motivi – estrinseci – sono:

  • Attrarre talenti, aumentare il coinvolgimento, la motivazione e la soddisfazione dei dipendenti, fattori che contribuiscono alle prestazioni lavorative e alla produttività.
  • Rafforzare la fiducia e il sostegno dei consumatori e degli investitori in prodotti e marchi. Ciò consente di creare una reputazione favorevole, un aumento delle vendite e lapossibilità di addebitare un sovrapprezzo per prodotti socialmente responsabili esostenibili.
  • Ridurre i costi. Ad esempio, l’attuazione di misure di eco-efficienza o riciclaggio porta a risparmi energetici e riduzioni dei rifiuti e delle materie prime utilizzate.
  • Ottenere una gestione più efficace dei rischi ambientali e sociali.
  • Contribuire alla competitività di un’impresa.

 

La definizione da manuale ci racconta un’equazione, ovvero che la sostenibilità – sociale, ambientale ed economica – non solo è bella e giusta, ma è pure conveniente. Perché ingaggia e attrae lavoratrici e lavoratori, rende il clima in azienda più interessante, comunica all’esterno valori, senso, bellezza.

In questa dimensione d’impresa – che peraltro riprende il senso dell’impresa scritto nella Costituzione, con la forte sottolineatura sull’aspetto sociale – dicevamo, in questa dimensione d’impresa l’aria è più pulita e ci si sente come a Natale: tutte e tutti più buoni.

Incombe peraltro una domanda, che non è solo dettata da un eccesso di tuziorismo: tutta questa sostenibilità è “vera”? Qual è il confine – sempre che sia tracciabile – tra “corporate social responsability” e social washing e green washing? Al netto del noto adagio di buon senso “piuttosto di niente, piuttosto”, se proprio dobbiamo riflettere, riflettiamo. E quindi crediamo che se sono vere le cose dei manuali – ingaggi di chi lavora e di chi compra – allora forse tutto questo è doppiamente valido se poi quella sostenibilità avviene nei fatti.

Da questo punto di vista, Habile si propone di supportare le aziende proprio per fare quel salto di qualità sui temi dell’inclusione di persone con disabilità, e lo si fa partendo da un’esperienza importante nella relazione con chi convive con una fragilità fisica e psichica. Nel nostro operare, il concetto chiave è uno: “Il contesto rende una persona più o meno disabile”. Ma se il contesto muta per la persona con disabilità, muta anche per chi le sta a fianco. Muta per colleghe e colleghi. Diffonde una cultura della diversity che non si limita alla disabilità. Le persone non sono compartimenti stagni, non sono chiuse in una bolla. E quindi l’atto dell’inclusione della disabilità moltiplica altri aspetti. Umanizzando il luogo di lavoro, il modo di produrre, le relazioni. Moltiplicando l’inclusione.

Habile agisce sul contesto di lavoro perché molto spesso è il contesto che rende una persona più o meno disabile.

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