“Le persone con disabilità mi rendono più produttivo”

Intervista ad un lavoratore di un’impresa sociale.

Perché le aziende non assumono persone con disabilità?

I dati ci dicono che esistono diversi timori e uno di questi riguarda un pregiudizio molto diffuso: i lavoratori e le lavoratrici senza disabilità si sentirebbero a disagio nel collaborare con colleghe/i con disabilità.

Ma è davvero così? L’abbiamo chiesto a Simone Casotto, che lavora come autista nella cooperativa sociale Riesco: trasporta ogni giorno centinaia di pasti per le mense aziendali e – quando termina le corse in furgone – Simone dà una mano a colleghe e colleghi, supportandoli in diverse mansioni.

“Una persona con disabilità non è una persona malata o da curare: è una persona che vive in un contesto che non le permette di rendere come una persona “normodotata”. Non dovremmo dare loro la colpa, siamo noi a doverci chiedere cosa possiamo fare per rendere il contesto più accessibile.”

Secondo Simone, quindi, è il contesto che ha bisogno di modifiche: le persone vanno rispettate nei loro bisogni. Inoltre, l’attenzione che si ha verso lavoratori e lavoratrici con disabilità porta ad un miglioramento dell’ambiente per tutta l’organizzazione. I processi vengono semplificati e standardizzati, il clima è positivo e ogni persona lo assorbe: è così che si lavora meglio.

Simone confessa: “Io sono una persona pigra, ma quando so che c’è qualcuno/a da aiutare ho la spinta a dare il meglio di me. Quando ero in prima superiore ho conosciuto una persona Asperger: io non lo sapevo, pensavo fosse solo timida ed introversa. Condividevamo la passione delle macchine. Lui aveva difficoltà a prendere appunti: io durante le lezioni ero distratto e non prendevo mai appunti, ma da quando avevo saputo di questa sua difficoltà ho iniziato a farlo: mi ha fatto diventare più produttivo. E non solo: lui è una persona molto precisa, quindi non solo prendevo appunti ma li prendevo anche bene.”

La produzione rallenta in presenza di persone con disabilità?

No, la produzione rallenta se ci sono persone con disabilità e non si hanno gli strumenti per gestire al meglio il contesto. Ma questo vale per qualsiasi lavoratore e lavoratrice: ad esempio, nessuna/o lavorerebbe bene in un ambiente troppo caldo o troppo freddo o con colleghe/i che alimentano situazioni di mobbing. Si tratta degli stessi processi: se c’è un problema è difficile intervenire su ogni singola persona, piuttosto si interviene sul contesto. E soprattutto, si ragione come squadra e nelle squadre nessuna/o viene lasciato indietro.

Hai mai avuto stereotipi nei confronti di persone con disabilità?

Certo, io stesso avevo dei pregiudizi nei loro confronti. Ad esempio, ero convinto che loro difficilmente riuscissero a cambiare o che, almeno, fosse molto difficile. E invece in questi anni ho visto ragazzi e ragazze crescere e acquisire indipendenza. Ho visto persone diventare adulte e autonome. E anche io, nel mio piccolo, mi sono sentito parte della loro crescita, perché ero presente quando c’era bisogno di un supporto.

Senti che il lavoro in cooperativa ti abbia cambiato, che ti abbia fatto diventare più inclusivo?

Ogni persona ha bisogno di trovare la sua dimensione, quello spazio di crescita che ti accoglie, ti considera, ti ispira. Questo contesto mi ha dato una grande opportunità: ho rimosso diversi stereotipi e, certamente, sono diventato più inclusivo. La produttività viene minacciata quando questa opportunità non viene colta, o meglio, quando non viene affatto creata.

Cosa suggeriresti a lavoratori e lavoratrici che temono la disabilità nella loro organizzazione?

Direi di non partire prevenute/i. Io non sono un manager, ma parto dalla concretezza dell’esperienza, da quello che ho visto e vedo sul campo, nella relazione diretta con le persone. E mi sono convinto che la vita di un’organizzazione funzioni – in alcuni aspetti fondamentali – come un qualsiasi altro rapporto: si costruisce insieme. Le persone nella nostra impresa sociale sono sostenute e monitorate e con gli strumenti giusti si crea armonia. E io, nel mio piccolo, sono stato supportato (anche attraverso questa intervista) a sentirmi parte di un complesso ingranaggio il cui prodotto finale non sono i pasti: è piuttosto un progetto che ha come obiettivo la creazione di un’opportunità di una vita dignitosa, tramite il lavoro. E poi, diciamocelo, qui non ci si annoia mai: è difficile provare noia quando – tutti i giorni – senti che stai facendo la differenza.